UN SECOLO DI CONQUISTE

E’ il 900, il secolo in cui le donne ottengono risultati positivi sia nell’ambito del lavoro che in quello dei diritti. Il primo inserimento di massa delle donne nelle fabbriche si ebbe durante la prima guerra mondiale, quando esse vennero chiamate a occupare i posti lasciati liberi dagli uomini. Al termine del conflitto, però, furono costrette a tornare alle abituali occupazioni. Con la seconda guerra mondiale furono richiamate nelle fabbriche e questa volta non tornarono a casa, dato che l’espansione economica del dopoguerra consentì loro di mantenere i posti di lavoro. Negli ultimi cinquant’anni, con la scolarizzazione di massa e l’espansione del terziario, le donne si sono inserite in tutte le attività produttive, anche in quelle tradizionalmente maschili (medicina, ingegneria, avvocatura…). Ancora più difficile è stata la lotta delle donne per veder riconosciuti i loro diritti. La prima grande battaglia politica del XX secolo fu portata avanti dalle suffragette (movimento di emancipazione femminile nato per ottenere il diritto di voto per le donne) inglesi a partire dal 1903, per ottenere il diritto di voto. Nel periodo tra le due guerre quasi tutte le nazioni europee concessero il suffragio universale e allora il movimento femminista rallentò la sua spinta. La lotta è ripresa alla fine degli anni sessanta, con le donne scese in piazza per ottenere i diritti civili (tutela della maternità, divorzio, aborto…) e per costruire una nuova società con diritti uguali per tutti. Un contributo decisivo in questa direzione è venuto dall’ONU che ha attivato diverse iniziative per stimolare in tutto iSAM_0508l mondo il processo di emancipazione femminile. Oggi possiamo affermare che nei Paesi occidentali i diritti delle donne sono legalmente riconosciuti, ma non basta ancora: é necessario che l’uguaglianza uomo-donna passi dai testi delle leggi agli aspetti concreti della vita quotidiana. Esistono, purtroppo, ancora delle culture che relegano la donna ad una condizione di totale inferiorità, come ad esempio l’India, Paese in cui l’emancipazione sembra ancora un’utopia. Dopo l’indipendenza, nel 1955 si introdusse il divorzio e si abolì la poligamia (tranne che per i musulmani). In seguito, si abolì il divieto per le vedove di risposarsi e si vietarono i matrimoni tra bambini, stabilendo un’età minima di 15 anni per le donne e 18 per gli uomini. Nel 1961 si abolì l’obbligo legale della dote. Oggi, la situazione delle donne indiane è molto contraddittoria. Certo, l’India è stata il primo grande paese del mondo ad avere una donna capo del governo (Indira Gandhi); nelle città ci sono molte donne colte ed emancipate, e molti matrimoni moderni in cui i due coniugi hanno un rapporto paritario. Ma questi sono episodi marginali. Tuttora, l’India è uno dei pochi paesi in cui le femmine sono meno dei maschi, anche per la maggiore mortalità delle bambine legata alle minori cure loro riservate. Il divorzio è poco praticato, perché comporta forte disapprovazione sociale e gravosi obblighi economici. Le vedove possono risposarsi, ma se lo fanno sono malviste e osteggiate, perciò vivono per lo più in miseria. La poligamia è quasi scomparsa, e i matrimoni combinati tra bambini sono diminuiti, ma ancora esistono, soprattutto nelle campagne. Quando una donna si sposa, è affidata alle donne della famiglia dello sposo, che spesso le sono ostili, o la trattano come una serva. Quanto alla dote, non è affatto scomparsa, anzi rappresenta uno degli aspetti più drammatici della condizione femminile. Esiste oggi una vera e propria «borsa» dei potenziali mariti: più elevato è il loro stato sociale, più alta è la dote richiesta. Spesso, a matrimonio già avvenuto, la famiglia dello sposo chiede ancora altri oggetti o altro denaro, e se la famiglia della sposa non può più dare nulla, accade che la sposa venga bruciata viva, simulando un incidente domestico. Da qualche tempo molte donne si sono organizzate in gruppi e comitati, e si può ormai sperare che un giorno queste tragedie abbiano fine; ma il cammino della donna indiana verso la parità dei diritti è ancora molto lungo.

Sandra Pizzonia